Campagna demografica

bambino

di Aldo Giobbio

L’Homo europaeus – e ora anche l’Homo italicus – sono in via d’estinzione. Ah, dove sono finiti i vigorosi stalloni e le robuste fattrici di una volta? Per la verità, una volta tanto, bisogna riconoscere che gli italiani non sono stati i primi a farsi cogliere da questa paranoia, che ad intervalli si aggira per l’Europa da più di un secolo. Qui, naturalmente, non si parla di assegni familiari, che, concettualmente almeno (se non nella loro entità), rientrano nel contesto della solidarietà sociale. Ci riferiamo, invece, al cosiddetto Bonus bebé, che, come si capisce anche dal nome, non è nemmeno un’invenzione italiana, e – a differenza degli assegni familiari – non è un sussidio ai bambini che ci sono già (a patto che si siano scelti i genitori giusti) ma un vero e proprio incentivo alla procreazione. A quale scopo? C’è un vago sentore di razzismo nel voler incrementare la varietà locale mentre ci si sforza le meningi per bloccare l’immigrazione.

In realtà, da che mondo è mondo, gli animali si sono sempre divisi in due categorie fondamentali: quelli che mangiano e quelli che vengono mangiati. I primi sono sempre troppi; dei secondi non ce ne sono mai abbastanza. Il problema dell’Homo sapiens sapiens è che, a seconda dei casi e delle circostanze, può rientrare nell’una o nell’altra categoria. La suggestiva proposta del rev. Jonathan Swift di mangiare i bambini non è mai stata seguita sistematicamente. È però noto che molti popoli hanno praticato l’infanticidio, uccidendo i pargoletti senza neanche mangiarli, solo per impedire che mangiassero loro. Al contrario, è stato osservato che durante la cosiddetta rivoluzione industriale le vedove con due o tre figli ritrovavano marito più facilmente delle nubili, più o meno come i contadini compravano più volentieri una vacca con il vitello piuttosto che una scottona vergine. La spiegazione non è difficile: quando un ragazzo veniva avviato al lavoro intorno ai sette anni e usciva di casa tra i 14 e i 16, per poi morire a 22, è evidente che al padre conveniva risparmiare sui primissimi anni, quando il pupo consumava e basta. La schiavitù stessa scomparve non quando venne abolita ufficialmente, ma quando venne proibita la tratta, perché allevarsi gli schiavi in casa non conveniva più. Inoltre, anche quando si riusciva a trovarli, perché spendere soldi per pagarli sempre più cari (perché i vettori, rischiando la forca, avevano alzato i prezzi) quando dall’Europa gli immigranti arrivavano a spese proprie già pronti per l’uso?

Insomma, in un modo o nell’altro, finché l’uomo viene visto come carne di porco in tempo di pace e carne da cannone in tempo di guerra soltanto qualche “gufo” come Malthus si preoccupa della sovrappopolazione. Sembra che Benjamin Disraeli abbia detto una volta alla Camera dei Comuni di non aver mai sentito dire che a Waterloo c’erano troppi inglesi. Il maresciallo Pétain, nel suo primo discorso ai francesi, nel 1940, attribuì la sconfitta al calo demografico del ventennio precedente, senza per altro specificare che i tedeschi soffrivano dello stesso problema, avendo gli uni e gli altri mandato al massacro nel 1914-1918 i possibili padri delle mancate reclute di vent’anni dopo. Era il fenomeno, ben noto ai demografi, delle “classi vuote” (classes creuses per la Francia, Volk ohne Jugend per la Germania), conseguente alle stragi di massa. Anche Mussolini, negli stessi anni, impegnò l’Italia in una campagna demografica, dandole un connotazione nettamente e apertamente razzista.

Che si fa? Torniamo ai bei tempi? Incitiamo gli italiani a fare figli che poi manderemo all’estero perché qui non trovano lavoro, mentre noi non sappiamo dove mettere gli immigrati, a meno di non progettare per loro quel futuro di impieghi subalterni e senza speranza al quale gli italiani si sarebbero voluti sottrarre e che loro stessi non sono certo venuti a cercare quando hanno lasciato la loro patria d’origine? Queste battaglie demografiche puzzano non solo di razzismo ma anche di regressione. Non è una risposta dire che “anche gli altri fanno come noi”. Verissimo, ma questa è solo un’altra prova dello sfacelo che grava sulla cosiddetta Europa. (a.g.)

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