Desinit in piscem

​​di Aldo Giobbio

Per Orazio “funisce in pesce” era un ammonimento agli artisti affinché curassero attentamente le loro creazioni. Oggi il movimento delle sardine suona piuttosto come un richiamo alla parabola del sistema politico italiano. Però non si presenta male e, più che il momento terminale di un processo degenerativo, sembra l’inizio di una rinascita, per lo meno, di un sentimento morale che – chissà! – potrebbe essere un embrione di buona politica. Non mettiamo il carro davanti ai buoi ma nemmeno buttiamo il bambino con l’acqua del bagno. La politica non è nuova ai riferimenti zoologici. Però la componente ittica non è prevalente. Anzi, personalmente ricordo solo il caso di un movimento olandese che nell’autunno del Medio Evo prendeva il nome di kabeliauw (merluzzo), rispetto al quale l’attuale movimento italiano potrebbe anche essere un progresso, almeno al livello simbolico, se lo si interpreta come un rifiuto della prospettiva di finire in scatola. L’agiografia riporta il caso di una predica che, in quel di Rimini, Antonio da Padova avrebbe fatto ai pesci, senza però precisarne i risultati. Comunque sia, si tratta sempre di un’innovazione per un paese la cui vocazione fondamentale sembra sia stata piuttosto quella del pesce in barile. 

Certo, in Italia, tra gli animali acquatici mutuati dalla politica se ne trova già uno di non  trascurabile rilievo. Mi riferisco, ovviamente, alla non dimenticata Balena bianca, la cui performance è oggetto di studio e la cui fine non è stata esemplare. Però la Balena bianca non era un pesce ma un mammifero acquatico. Inoltre il nome italiano – per quanto avallato da una notevole tradizione letteraria – era malamente tradotto da un originale americano (mio Dio!) perché lo sperm whale di Melville era un capodoglio, non una balena. C’è differenza? Beh, sì, perché il capodoglio, oltre ad essere parecchio più grosso, possiede una mandibola articolata e una notevole dentatura che gli consentono di essere molto aggressivo, mentre la balena ha solo fanoni attaccati sopra e sotto, che non le consentono di mordere e lasciano passare solo plancton e pesciolini di piccola taglia. Non so se eventualmente ci passino anche le sardine; certamente non i merluzzi. Gli zoologi dicono che i cetacei erano in origine animali terrestri che si buttarono a mare per disperazione, per sport o semplicemente perché per la terra erano troppo grossi. In Italia la Balena bianca ebbe anche una certa fortuna, non perché gli italiani la considerassero un’immagine della città superna (che sarebbe stata per lo meno una nobile utopia) ma perché ci vedevano una specie di guardia bianca contro il comunismo (cioè la garanzia di poter seguire la loro vocazione di fare il pesce in barile), cosicché, non appena lo spettro fu scomparso, la licenziarono senza nemmeno due righe di ben servito. Perciò qualsiasi analogia – anche ittica – con la situazione attuale sarebbe fuori luogo, di cattivo gusto e, soprattutto, di pessimo auspicio.

“Scatole da sardine” erano purtroppo chiamati, nella seconda guerra mondiale, gli pseudo carri armati con i quali migliaia di italiani furono mandati al massacro. Il nostro più sincero augurio alle sardine attuali è che – in tempi di rinascita di nazionalismi, sovranismi e persino rigurgiti di razzismo –  evitino le scatole in generale, e soprattutto quelle di quel tipo. (a.g)  

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