Reddito di cittadinanza

di Aldo Giobbio

Vespasiano Bignami, chi era costui?  Un’ottima persona, un solerte funzionario, per molti anni direttore dell’Accademia di Brera. Non un poeta di professione. Anzi, è stato ricordato (finché lo hanno ricordato) per un solo componimento in versi (sarebbe improprio chiamarlo poesia) intitolato L’esule, scritto più o meno in italiano, ma con le concessioni che il suo personaggio (che non viene presentato come una persona istruita) avrebbe avuto per il natio dialetto. Incomincia così: “Dalla vetta più guzza dell’Alpe / con lo sguardo rivolto alla bassa / ti saluto, spolpata carcassa, / e ti dico ‘A ben vedess, mai pù!’”. D’accordo: non proponeva il ritratto di un patriota. E nemmeno di uno stinco di santo, come apprenderemo dal seguito. Siamo più o meno nel 1875, press’a poco gli stessi anni nei quali Antonio Stoppani pubblicava il suo delizioso Il Bel Paese, nel quale però si parla della geologia, non della struttura politica, dell’Italia. In ogni modo, di tutta l’esposizione, godibilissima, fatta dall’eroe del Bignami mi è rimasta in mente la giustificazione ultima da lui invocata per le sue gesta, certo criticabili: “Son io forse che ho chiesto a mio padre / e a mia madre di mettermi al mondo? / O magari speravano in fondo / ch’io campassi restando digiun?”.

Tutta questa storia mi si è ripresentata alla mente in occasione del dibattito sul cosiddetto reddito di cittadinanza. L’Italia di allora cercò nell’emigrazione la soluzione al problema dell’eccedenza della popolazione, ovviamente intesa come sproporzione tra bocche da sfamare e risorse disponibili o almeno mobilitabili a breve e medio termine. Poi si pensò, come altri, al colonialismo, già noto fin dall’antichità, ma i risultati non furono brillanti, anche a prescindere dai riflessi morali e politici (come il razzismo, tanto per citarne uno). Il calo del tasso di natalità veniva allora visto da molti come la via maestra, ma i suoi effetti erano compensati (a tutto onore della medicina) da quello della mortalità infantile, mentre le orrende carneficine della prima guerra mondiale suscitarono, al di là del loro reale effetto demografico, atteggiamenti deliranti (non solo in Italia: i nazionalisti sono cretini dappertutto) sulla necessità di rilanciare l’incremento demografico.  In realtà l’unico periodo nel quale gli italiani poterono fare a meno dell’emigrazione furono alcuni decenni dopo la seconda guerra mondiale quando ci si avvicinò ad un certo riequilibrio tra popolazione e risorse non attraverso il salasso della popolazione ma attraverso l’aumento delle risorse, anche perché, per la prima volta nella nostra storia, venivano destinate ad impieghi utili, come la costruzione di autovetture, frigoriferi e televisori, risorse che prima venivano dilapidate in guerre senza senso.

Questo tipo di boom non poteva durare in eterno, essendo basato sulla produzione di beni durevoli la cui domanda irruente quando vennero offerti sul mercato per la prima volta nella storia sarebbe stata sostituita gradualmente da una più regolare domanda di manutenzione e sostituzione. Se la produzione cala ma il mercato è soddisfatto con ciò che viene prodotto, la risposta logica sarebbe di lavorare di meno, cosa che si può fare in due modi: riducendo l’orario di lavoro o lasciando a casa un po’di lavoratori. Se avessimo continuato a lavorare 14 ore al giorno, come ai primi tempi della rivoluzione industriale, oggi più della metà di noi sarebbe disoccupata, anche se produciamo molto di più di quanto si producesse allora. In effetti, la maggior parte dei prodotti che sono arrivati sul mercato nella seconda metà del XX secolo non esisteva cent’anni prima. Il processo in parte continua, però le bellissime innovazioni di prodotto dei nostri tempi, in particolare nell’informatica e nelle comunicazioni, con le loro ricadute anche sulle innovazioni di processo (tutte più o meno labour saving) negli altri campi, non assorbono lavoro nella stessa misura di quelle dell’età manifatturiera. Era l’industria metalmeccanica nuts and bolts messa in scena da Chaplin in Tempi moderni quella che assorbiva tanta manodopera. Nell’attività ora destinata a svilupparsi il software è più importante dello hardware. Secondo me è un progresso della civiltà, come sempre quando lo spirito sostituisce la materia. Però le persone coinvolte hanno tutto il diritto di porre qualche domanda. I trafori alpini, con i quali la ferrovia sostituì la diligenza, segnarono un progresso del quale anche i vetturali (che non erano stupidi) capivano l’importanza; però avevano tutto il diritto di chiedersi se era giusto che lo facessero pagare soltanto a loro. Comunque sia, mi sembra lapalissiano che se il lavoro cambia debba cambiare anche la sua organizzazione. La riduzione dell’orario di lavoro è stata oggetto di discussione in sede comunitaria, su istanze soprattutto tedesche e francesi, negli anni ’70 del secolo scorso, ma il discorso non è andato molto avanti. In realtà la politica economica prevalente si dimostrò piuttosto orientata ad assorbire la manodopera in eccesso attraverso la creazione di altri posti di lavoro, anche a costo di gonfiare la domanda attraverso espedienti come l’obsolescenza indotta, prodotti inutili e consumi forzati. Tutto questo non mancò di suscitare allarmi, che alimentarono anche una vasta letteratura polemica, per esempio contro i cosiddetti “persuasori occulti”, senza però ottenere grandi effetti. Non ottenne un grande effetto – nonostante l’apparato scientifico e il calibro di alcune fra le personalità che vi si impegnarono – il grido d’allarme sui “limiti dello sviluppo” che tra il 1968 e il 1972 cercò di attirare l’attenzione sui danni irreversibili che quel modo di produzione stava procurando all’ambiente e alle risorse della Terra. Contribuì ad aggravare le cose anche il pregiudizio ideologico che, col pretesto di non modificare ad arte il libero gioco del mercato, permetteva in sostanza ai governi di intervenire sulla domanda solo attraverso l’emissione di moneta. L’uso scriteriato di tale facoltà portò infine l’economia a reggersi, in modo precario, sostanzialmente sull’inflazione. Alla fine, nel primo decennio del XXI secolo, i nodi sono venuti al pettine. Non ci sono state svolte clamorose nell’azione (come invece era avvenuto negli anni ’30 con la presidenza di Roosevelt) ma almeno si è un po’ riaperto il dibattito, che per diversi anni era stato completamente bloccato dal cosiddetto “pensiero unico”. Così è riaffiorata anche l’idea del “reddito di cittadinanza”.

“Reddito di cittadinanza”, in estrema sintesi, significa che il cittadino ha il diritto di non essere lasciato a morire sul lastrico quando non riesce a procurarsi i soldi indispensabili per evitare tale deplorevole evenienza. Le soluzioni pratiche possono essere diverse e ci guadagneranno a essere studiate quanto meglio sarà possibile, ma la domanda di fondo rimane: è giusto dar da mangiare a chi non è capace di cavarsela da solo? Le risposte possibili sono di tipo ideologico e di tipo pratico. Un puritano obietterebbe subito che nel libro della Genesi c’è scritto “ti guadagnerai il pane con il sudore della tua fronte”. Questo argomento non è però ritenuto molto forte da tutti coloro che non ritengono che il compito più importante dell’uomo sia far penitenza per il peccato di Adamo. Del resto Gesù di Nazareth, con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, fornì un magnifico esempio di cucina popolare, sia pure in una situazione di emergenza. Questo è certamente un punto discriminante, perché l’opinione che si possa, anzi si deva, dare un aiuto in circostanze eccezionali è largamente diffusa. Solo, non deve diventare una regola: l’uomo si deve “guadagnare da vivere”. Questa è la norma. Poi ci possono essere eccezioni, più o meno numerose a seconda del temperamento di chi le esprime. Però c’è anche chi si pone la domanda: “perché” si deve “guadagnare” da vivere? La vita non è un suo diritto? Ci sono state epoche e regioni (per esempio in Cina cent’anni fa) nelle quali l’infanticidio, specialmente quello delle bambine, era ammesso. Non era una cosa stupenda, secondo il nostro modo di sentire, ma, dal punto di vista pratico, poteva anche funzionare come strumento di riequilibrio delle risorse. Più difficile conciliare il divieto di sopprimere l’infante con il totale disinteresse per la sua sopravvivenza successiva. La soluzione più comunemente adottata è stata quella di metterlo a carico dei genitori fino ad una certa età, variabile a seconda dei tempi, dei luoghi e dei modi di produzione ma comunque sempre valutata secondo le misure di sviluppo fisico e mentale che, nelle condizioni socio-economiche del momento, si supponeva gli avrebbero consentito di cavarsela da solo. Che negli ultimi due secoli il limite si sia spostato da 7-8 a 35-40 anni ha ovviamente complicato le cose, senza però provocare veri e propri mutamenti nella mentalità corrente.

In realtà c’è sempre stato, e forse è nella natura delle cose, un certo rapporto tra la durata media della vita e il tempo necessario per assicurare la riproduzione e la sopravvivenza della specie. Quando un uomo moriva tra i 22 e i 30 anni doveva avere i figli a 15. 0ra che si pretende di far lavorare un padre di famiglia fino a 67 e magari 70 anni, e il momento della riproduzione si sposta intorno ai 30, la prospettiva che si tenga a carico il figlio fino a 35-40 può sembrare ad alcuni del tutto naturale. In un certo senso lo è, tenendo conto anche del fatto che la maggiore importanza della componente intellettuale del lavoro rispetto a quella materiale ha comunque spostato in avanti l’inizio dell’attività utile (i ragazzini sono di solito più intelligenti degli adulti, ma per acquisire le nozioni necessarie per un lavoro complesso ci vuole comunque un certo tempo). Taylor diceva che per un uomo destinato per tutta la sua vita a spostare blocchi di ghisa il meglio era di avere la struttura intellettuale di un bue. Per fortuna (non per merito di Taylor e di quelli come lui) oggi la situazione è un po’ diversa. Però, proprio l’intreccio sempre più accentuato tra vita individuale, progresso scientifico, demografia e società mette sempre più in primo piano il tema, già intuito da Marx e dai primi socialisti, di come gestire nel rispetto di certi valori il rapporto tra il carattere in ultima analisi collettivo della produzione e la sua distribuzione tra i fattori. Per esempio, non si può far finta di non sapere che una famiglia che si occupa dei figli fino alla laurea e oltre non sia un fattore della produzione. D’altra parte, se una persona incomincia a produrre solo un certo numero di anni dopo che ne ha acquisito la capacità, l’insieme delle risorse che ha consumato fino a quel momento e che gli hanno consentito di sopravvivere si configura certamente come un reddito di cittadinanza; solo che l’onere relativo non è stato sopportato dallo Stato ma dal soggetto, di solito la famiglia, che ha provveduto alle spese. Quindi una diversa contabilizzazione non comporterebbe una spesa maggiore ma solo una diversa distribuzione, magari più equa sotto il profilo morale e sociale.

In anni non lontani è stato fatto un uso molto ampio, da alcuni giudicato addirittura scandaloso, della cassa integrazione straordinaria, che, al di là del nomen iuris, era un sussidio di disoccupazione non coperto da contributi assicurativi dei beneficiari. Quindi, in sostanza, era un reddito di cittadinanza, come lo sono le pensioni cosiddette sociali. Il sistema sanitario è un po’ pasticciato a causa dei tickets e delle disomogeneità fra regione e regione, ma, almeno in teoria, dovrebbe rispondere al principio dell’assistenza gratuita, intesa proprio come diritto sacrosanto del cittadino. Insomma, l’idea che una persona possa ricevere qualcosa senza pagarla solo perché si trova al mondo – e magari proprio in “quella” parte del mondo – non è estranea alla “filosofia” degli Stati moderni, e di quello italiano in particolare. Non siamo ancora al reddito di cittadinanza, ma la distanza non è enorme.

Certo, “nessun pasto è gratis” (come recita una frase celebre dell’ultra liberista Milton Friedman, patriarca della leggendaria “scuola di Chicago”). Alla fine qualcuno pagherà. Questo nessuno lo nega. La discussione è sul “chi” e “come”. (Per inciso, le affermazioni dei liberisti sul piano strettamente economico sono quasi sempre ineccepibili – anche perché venate di truismo, direbbe forse qualche autore leviter suspectus come il non mai abbastanza compianto Keynes. I guai incominciano quando si va sul sociale e sul politico). Per esempio, non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che nei paesi che dispongono di risorse naturali (come, diciamo, l’oro, i diamanti o il petrolio) il reddito netto derivante dalle stesse appartenga al popolo tutto e non alle loro classi dirigenti e/o ad eventuali colonizzatori. Ma gli altri? Quelli che, secondo la classica definizione di Adam Smith, derivano esclusivamente dal loro lavoro la loro sussistenza e “tutte le cose utili e comode alla vita”? Per loro è evidente che tutto ciò che eventualmente finisce nelle tasche degli inattivi deve essere tolto dalle tasche degli altri. Si tratta quindi di un’enorme operazione di solidarietà, la cui gestione appartiene alla sfera politica e sociale prima ancora che a quella economica, con tutte le complicazioni relative (per esempio, tutti hanno sempre saputo che la fabbrica e, per quanto di analogo, le altre grandi organizzazioni, nella produzione e  nei servizi, erano anche – o forse principalmente? – strumenti di controllo sociale e, in ultima analisi, politico).

Sul piano economico, è ovvio, i costi di un eventuale reddito di cittadinanza (che si può supporre equiparabile ad un salario di sussistenza, più o meno parametrabile secondo criteri da definire) devono essere studiati con tutta l’attenzione che il caso richiede. Sarebbe un evidente peccato di superficialità calcolare l’importo a carico della comunità solo moltiplicando un eventuale assegno individuale per il numero dei possibili beneficiari, senza tener conto delle somme che altrimenti verrebbero spese – o lo sono già – per lavori inutili che vengono intrapresi al solo scopo di “creare occupazione”. Persino Luigi Einaudi – il cui credo liberista non teme confronti – affermava che non si possono mettere due uomini dove ne basta uno e che, se proprio ci si trova con un eccesso di manodopera senza niente da fare, è meglio pagarla perché non faccia niente, piuttosto che fingere di farla lavorare, perché almeno si risparmia sugli altri capitoli di spesa. È quindi possibile, fatti bene i conti, che il reddito di cittadinanza venga a costare meno di quanto non possa sembrare a prima vista. Però non c’è solo la ragioneria.

I fattori sociali e politici possono costituire un ostacolo più forte. Si dice che il lavoro non serve solo per portare a casa un po’ di soldi ma anche e soprattutto per dare un significato alla propria vita.  Retorica a parte, questo può valere per le attività cosiddette creative; dubito che dica molto a chi raccoglie pomodori per dieci euro al giorno o lavora per quattro soldi nei call centers per cercare di collocare prodotti e servizi inutili e riceverne in cambio gli insulti del pubblico. Anche nella sua forma più elementare – la consapevolezza di sapersi guadagnare il pane per sé ed eventualmente per la propria famiglia – si tratta di una gratificazione molto precaria quando il soggetto si rende conto di non essere cercato e remunerato per le sue capacità ma solo di rientrare in un vasto programma di sostegno della domanda globale. Nessuno negava agli schiavi il diritto al lavoro, anzi l’obbligo, ma non sembra che ne fossero molto fieri. In ogni modo, reddito di cittadinanza non dovrebbe significare per chi lo percepisce obbligo di marcire nell’ozio. Anzi, potrebbe costituire un’occasione per potersi dedicare con maggiore libertà ad attività vocazionali che altrimenti gli sarebbero precluse. Giacomo Leopardi non sarebbe mai riuscito a campare con gli introiti dei suoi Canti. Quello che una volta facevano (quando lo facevano) benefattori privati oggi potrebbe ben farlo la Patria (quella Patria “che ingrassa a milioni / tanti porci che fanno un bel niente”, secondo l’esule di Vespasiano Bignami, al quale ovviamente lasciamo la responsabilità di una simile affermazione, invero alquanto impegnativa). In realtà non è detto che il reddito di cittadinanza, oggi, sia proprio una necessità, perché, per esempio, un serio programma di difesa e valorizzazione del territorio creerebbe in tutti i campi abbastanza posti di lavoro da assorbire non solo i disoccupati italiani ma probabilmente anche un bel po’ di immigrati, e anche fornirebbe una notevole motivazione. Però non si farà, e non tanto per motivi propriamente economici ma perché comporterebbe tra pubblico e privato uno spostamento di risorse e di responsabilità che l’ideologia dominante non accetterebbe. Tale ideologia assegna ai privati una posizione dominante rispetto al pubblico, e questo fatto preclude certe azioni, non perché i privati siano “cattivi” ma perché il criterio privatistico di gestione dell’economia rifugge, perché non è attrezzato per gestirli, dagli investimenti a redditività indiretta e, soprattutto, differita. Il nostro sistema naviga a vista e il suo orizzonte è limitato. Perciò non ci possiamo aspettare altro che il ricorso più meno abile ad espedienti più o meno ingegnosi ma sempre di breve durata. Il reddito di cittadinanza non fa eccezione. Non è una bestemmia, né sul piano morale né su quello economico. Allo stato attuale delle cose c’è però il rischio che venga ideato e gestito solo come uno degli ennesimi espedienti per dare un po’ di ossigeno al ciclo economico attraverso l’immissione nel sistema di una certa quantità di moneta, che si suppone possa essere spesa senza modificare la struttura attuale della domanda. In pratica si traduca in un notevole onere per il contribuente, uno stimolo all’inflazione ed eventualmente anche al debito pubblico, un modesto aiuto per gli imprenditori e un ottimo affare per le banche. (a.g.)

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