Il paradosso di Renzi

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di Aldo Giobbio

Il marchese di Condorcet (1743-1794) è stato uno dei grandi illuministi. Partecipò in primo piano alla Rivoluzione francese e fu anche presidente, nel 1791-1792, dell’Assemblea Legislativa. Incarcerato come girondino, con un tempestivo suicidio batté sul tempo la ghigliottina. Matematico di vaglia, cultore (come il nostro Cesare Beccaria) del calcolo delle probabilità, è ricordato anche come autore del cosiddetto “paradosso di Condorcet”. Che cosa dice? Dice che il referendum ha senso solo quando si tratta di scegliere fra due opzioni incompatibili: monarchia o repubblica, divorzio o indissolubilità del matrimonio (per fare due esempi a noi vicini). Non ha senso, invece, quando il quesito comprende diversi soggetti non relazionati fra di loro, perché la persona chiamata a votare potrebbe essere d’accordo su alcuni di essi ma non su altri. Per esempio, potrebbe essere d’accordo sul fatto che il Senato abbia bisogno di una riforma, ma non pensi che quella proposta sia quella buona. Oppure gli vada bene un intervento sulle competenze delle Regioni ma non capisca perché, votando sì, con lo stesso voto vada ad abolire il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, che con le Regioni c’entra come i cavoli a merenda. Questa, in sostanza, è la prima obiezione che si deve fare al referendum costituzionale che il governo ci presenta e che coinvolge quasi un terzo degli articoli della Costituzione. Non è necessario pensare che sia la Costituzione “più bella del mondo” e che sia intoccabile (anzi, i padri costituenti previdero proprio che non lo fosse). Però “est modus in rebus”. Con il XIII emendamento gli americani abolirono la schiavitù, ma non gli attaccarono anche il divieto di bere alcolici. Tutto si può correggere ma non si faccia di ogni erba un fascio. Si possono raggruppare materie affini? Sì, ma ci vuole almeno un denominatore comune. Qui, e Renzi ci batte sopra con forza, il solo denominatore comune sembra sia l’opportunità di risparmiare quattrini, argomento non spregevole in sé ma tutto sommato un po’ debole quando si tratta di giocarsi le libertà politiche e civili, tanto più che i portavoce del governo non fanno che ribadire la loro venerazione per i princìpi fondamentali della Carta esistente. E invece no. Per vie traverse, sono proprio quei princìpi che si vanno a ledere.

Un altro elemento che giustifica una certa perplessità è la natura dell’organo che ha legittimato la presentazione del quesito referendario. La Camera dei deputati è stata eletta con una legge elettorale, il cosiddetto Porcellum, la cui legittimità è stata contestata dalla Corte costituzionale. Con una premessa del genere è già motivo di qualche osservazione il fatto che la Camera non sia stata sciolta ipso iure e abbia continuato i suoi lavori come se niente fosse. Ammettiamo, come sempre, lo stato di necessità e così via. Tuttavia, secondo lo spirito delle leggi, sembrerebbe logico che tale condizione di libertà provvisoria possa giustificare più o meno l’ordinaria amministrazione, non il varo di leggi importanti non solo per il presente ma anche per il futuro del paese, e addirittura una riforma costituzionale. Il fatto che venga sottoposta a referendum non risolve l’anomalia di come ci si è arrivati.

Entrando nel merito, del Senato si è parlato in un precedente articolo. Occorre ribadire che l’esistenza stessa del Senato può essere oggetto di ragionevole discussione. Non ha senso, invece, contrapporre al Senato una specie di Camera delle autonomie, visto che l’Italia non è una repubblica federale. Se si nega una sovranità originaria degli stati federati, i poteri che la riforma attribuirebbe ai rappresentanti delle regioni sono troppi; se si suppone (non si sa in base a quali princìpi) che una qualche sovranità esiste, i poteri che di conseguenza sarebbero loro riconosciuti sono troppo pochi. In realtà, dalla definizione stessa dei poteri che lo Stato rivendica o lascia alle Regioni si comprende la natura del rapporto, che del resto si trova già nella Costituzione del 1948, dalla quale si capisce chiaramente che le Regioni sono viste come una forma di decentramento amministrativo e non come un riconoscimento di sovranità. Il fatto che anche nel 1948 sia stato riconosciuto ai rappresentanti delle Regioni – in numero fra l’altro esiguo rispetto a quello complessivo del collegio elettorale – un diritto di partecipazione all’elezione del Presidente della Repubblica sarebbe semmai una delle tante anomalie da sanare, non da rinforzare. È possibile che anche i padri fondatori non avessero in proposito le idee molto chiare, e l’analisi storica ne può anche trovare – se non giustificare – le ragioni, ma non è confondendo ulteriormente le acque che si risolvono eventuali peccati d’origine.

Due parole merita anche l’abolizione del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, che è stata messa nel quesito referendario come una ciliegina sulla torta e del resto ha goduto di perfetto silenzio anche nel dibattito relativo al voto. È vero che se ne parlava poco anche da vivo e che probabilmente la maggior parte degli italiani non ne ha mai sentito parlare. È anche vero che contava come il due di coppe. Però ai padri costituenti non era sfuggito che in Italia – come, del resto, in molti paesi, specialmente quelli che hanno avuto fenomeni come la rivoluzione industriale, il capitalismo, la questione operaia e così via – esisteva una dialettica sociale. Tra i protagonisti della vita politica nel secondo dopoguerra, solo Mendès-France, che io sappia, nel suo libro “La République moderne” (1962) arrivò a proporre una Camera degli interessi economici addirittura come secondo ramo del Parlamento, evidentemente ravvisando nella vita economica una fonte di sovranità più realistica di altre (per esempio, in Francia come in Italia, regioni più o meno immaginarie, almeno sotto questo profilo). L’idea fu accolta piuttosto male, specialmente in Italia, dove richiamava la Camera delle corporazioni fascista. Però il pensiero che bisognasse “fare qualcosa” era presente, tanto che la stessa Comunità economica europea (1957) infilò tra le sue istituzioni anche un Consiglio economico e sociale (in sigla Ecosoc), sia pure solo in funzione consultiva, come aveva fatto la Costituzione italiana. Questo, della funzione consultiva, sembrò allora un compromesso accettabile. In realtà, se si concepisce la politica come mera lotta per il potere, gli istituti senza poteri deliberanti condividono la sorte di tutti i profeti disarmati, e questa toccò anche al Cnel italiano come all’Ecosoc europeo. Invece, chi avesse avuto l’occhio un po’ più avanti avrebbe riconosciuto l’utilità di un foro che avrebbe potuto dare notevoli contributi culturali (in parte li diede) e, soprattutto, costituire un luogo d’incontro nel quale le parti sociali avrebbero potuto dibattere i loro problemi con una certa serenità e senza l’assillo di dover arrivare subito a conclusioni vincolanti, nonché esercitare un’opera di osservazione e di consiglio verso il Parlamento (ossia i decisori di ultima istanza). Così non fu. Parce sepulto. La lotta di classe naturalmente, esiste ancora, ma i mezzi per far finta che non esista sembrano altri. Chi vivrà vedrà.

Data a queste cose l’attenzione che meritano, resta un altro punto che a me sembra decisivo per il “no” al referendum. L’attuale presidente del Consiglio insiste con forza sulla distinzione tra la questione della riforma costituzionale e quella della legge elettorale, affermando, fra l’altro, di voler correggere il testo attuale della legge elettorale che ha finora caldeggiato, però dopo il referendum costituzionale. E qui casca l’asino. Il fatto che la formula del sistema elettorale non sia stata inserita nella Costituzione ma sia stata lasciata alla legge ordinaria costituisce uno dei buchi più vistosi della Costituzione stessa, la quale ha concepito l’Italia come una repubblica parlamentare, con l’evidente corollario che il modo nel quale viene eletto il Parlamento diventa pilastro essenziale del sistema stesso. Questo passaggio diventerebbe ancora più cruciale nel momento nel quale da un Parlamento bicamerale (per il quale almeno i padri costituenti avevano lasciato aperta la possibilità che le due camere fossero elette in modo diverso) si passasse ad un Parlamento composto da una sola camera, che per di più, se passa l’Italicum, potrebbe essere eletta con un sistema maggioritario. Questo significa praticamente passare da una repubblica parlamentare ad una repubblica tendenzialmente plebiscitaria. Renzi afferma che né la riforma costituzionale né l’Italicum sono un pericolo per la democrazia. Secondo me lo sono, l’una e l’altro. Ma se anche non lo fossero ognuno per conto proprio, certamente lo è il loro combinato disposto. Pertanto, quale che sia l’opinione di ciascuno in merito alla riforma della Costituzione come viene proposta oggi, non è assolutamente possibile votare “sì” senza sapere che cosa diventerà l’Italicum, perché, se restasse così come è ora o cambiasse di poco, un Parlamento monocamerale robustamente maggioritario potrebbe, da quel momento in poi, varare tutte le costituzioni che volesse. Quindi la prima cosa da farsi sarebbe di mettere a punto e sottoporre a referendum una legge elettorale rispettosa della sovranità popolare e dei princìpi fondamentali della Costituzione del 1948, che anche Renzi dice di venerare, e su tale base eleggere un Parlamento al quale solo dopo tale legittimazione si potrebbero riconoscere poteri di revisione costituzionale, per le materie per le quali si ravvisasse la necessità, comprese, anzi in primo luogo, le successive modalità di elezione di un’Assemblea legislativa che, qualora prevalesse l’idea di renderla monocamerale, diventerebbe praticamente onnipotente. È evidente che tutto questo non si può fare avendo tra i piedi la zeppa del referendum attuale. Pertanto il “no”, a questo punto, diventa inevitabile. (a.g.)

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