Siesta 2008 – Libertà non è una statua, ma quel bacio

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Invece che “festa”, abbiamo chiamato “siesta” (cioè, dal castigliano: “riposo”) questo primo piccolo happening pubblico del PPL, di “Pane Pace Lavoro”.
E questi tre giorni desiderano infatti proprio proporre, a tutti, un momento e un simbolo di “siesta” e di riposo, contro l’incessante e assurdo correre di una società che è ormai disumanizzante, di una società che vuole essere la fabbrica tecnologicamente perfetta di un impero così umanamente impossibile da ricordare la disfatta di quello mitico di Babele.
Il potere (economico, mediatico e politico) si industria infatti nel trasformare la società umana in ciò che essa non potrà mai essere, in un regno tecnocraticamente perfetto (e, perciò, disumano).
Così, la società diventa, sempre più, non una compagnia umana in cui ci si può riconoscere coesistenti e reciproci, ma una collettività ammassata e scontenta, un “alveare scontento” (come dice Saverio Caruso). E l’alveare è percorso da pressanti paure preventive, da immotivati sospetti, da incurabili risentimenti, da ingiustificate esclusioni, da indicibili razzismi, da umiliazioni dei semplici e dei deboli, da corruzioni presentate come virtù, da ingiusti privilegi, da slealtà patenti, da ipocrisie diffuse di maggioranze silenziose, da disgustosi e avvilenti servilismi, da menzogne fatte passare per sacrosante verità e da infedeltà che si propagano nell’ombra, contagiando sempre più anche altri e aumentando così la menzogna e la disumanità.

È perciò che il PPL ha pensato di mettere, al centro di questa “siesta”, la parola “libertà”.
E non si può descrivere la libertà semplicemente in base a un formalistico dichiararsi politicamente di sinistra, anche se, per tradizione europea, la “sinistra” ha teso a fare riferimento a reali istanze e forze personaliste, comunitarie, socialiste e libertarie.
Però, oggi, ciò non è più sufficiente.
Non è più sufficiente essere o dirsi “di sinistra” per essere (e potersi dire) realmente praticanti della giusta libertà che il momento esige. Non si può vivere sugli allori di passati eroismi e di passate resistenze quando intorno a noi ci sono i falsi devoti, gli atteggiamenti menzogneri, le doppie identità, gli uomini pubblici che tramano il male, i senatori e i parlamentari che fanno, in cinque minuti, le leggi che trasformano il governatore dell’Italia in un sovrano assoluto, in un re, al quale persino il presidente della Repubblica, che dovrebbe garantire la Costituzione, firma tutto.
Occorre (davanti alla molto grave condizione di emergenza democratica nella quale ci troviamo e di fronte all’autoritarismo emergente di questo governo), reimparare la parola “libertà” e tornarla a gustare nella pratica. Così, in questo regno dell’impero, speriamo che nasca spontanea la distanza umana, culturale, sociale e politica da quelle certe (e molte, e sedute sugli “scranni”) personalità che, emergendo da quel pezzo di umanità arrogante e avida che, a qualsiasi costo, brama la preminenza e il dominio, vogliono oggi negare ogni diritto alla resistenza o al dissenso.

Allora: questo piccolo tentativo del PPL desidera risvegliare l’umano vero che c’è sicuramente anche in altri e desidera mobilitare l’intelligenza creativa anche di altre persone e realtà (in vista di una democrazia in sempre continuo sviluppo) nei confronti di questa galoppante discesa di democrazia e davanti a questa immobiltà della passione politica.
Questo happening per la libertà non vuole dunque essere altro che una testimonianza per dire, a tutti, che c’è qualcuno che non tace di fronte al conformismo del potere, che c’è qualcuno che dissente dalle propagandate verità false, che c’è qualcuno che già sta vivendo uno spazio di libertà (fosse anche soltanto in questi tre giorni di parola, di dibattito, di convivenza, di “siesta”, di lavoro e di gioco).
E, nonostante che la canzone di Jannacci dica che “il nostro piangere fa male al re”, sappiamo che sarà il nostro “ridere” (cioè il nostro essere qui, insieme, lavorando liberamente, stando in pace fra noi, mangiando anche insieme e condivivendoci), che sarà questo nostro “ridere” a far male al re.