Chi ci governa?

ChiCiGoverna+testo.inddViviamo tempi di grave incertezza. La crisi (che qualcuno evidentemente pilota) prosegue la sua opera di destabilizzare le fasce medie e povere delle società occidentali e di aumentare a dismisura le disponibilità economiche e finanziarie di quelle alte. Il divario sociale, anche in Italia, si rende sempre più evidente.
Nel nostro Paese, chi vuole intraprendere si trova bloccato da mille regole burocratiche e dalla mancanza di credito da parte delle banche, mentre chi opera sui mercati finanziari (banche comprese) ha campo libero. Così non si favorisce l’impresa, il lavoro, lo sviluppo economico e sociale. Dunque, chi detta effettivamente le regole, cioè la finanza, non ne è soggetta e, anzi, le impone al resto della società.
La politica, allora, dovrebbe essere lo spazio in cui l’interesse comune, il bene comune della società vengono garantiti a ogni persona come possibilità di azione economica, educativa, sociale, culturale, assistenziale, solidale che la stessa Costituzione sancisce. Invece i politici continuano non a tutelare gli interessi collettivi, ma a fare promesse, come la famosa assicurazione del milione di posti di lavoro che in Italia l’allora governo di centro destra, mentendo, si inventò.
Questa mancanza di azione politica ispirata al bene comune, questa propaganda carica di promesse che ci sembra caratterizzare anche l’attuale Governo, crediamo abbia una causa profonda: la progressiva sottrazione al cittadino del potere di scelta libera e responsabile. In nome della governabilità si è sacrificato il pluralismo democratico, cominciando con l’abolizione delle preferenze per finire con un sistema elettorale tendenzialmente bipolare. È stato dato come acquisito il fatto che lo Stato, non essendo più in grado di promuovere con autorevolezza morale tutti gli apporti presenti nella società, debba anzi considerarli come ostacoli.
Ciò ha determinato una scelta obbligata, quella di rinunciare a un profilo alto della politica per ridurla a gestione affannosa, precaria e comunque all’inseguimento non dell’interesse collettivo, ma degli intrallazzi particolaristici, quelli funzionali a soggetti che hanno buon gioco nel sostenere (talvolta anche senza elezioni) governi ora di uno schieramento, ora dell’altro. Nei fatti, i problemi restano sempre irrisolti e, anzi, le persone in questo Paese stanno sempre peggio e di questo peggioramento non si vede la fine.
Occorre, proprio perché c’è questa crisi, riportare il dibattito politico sulla necessità del pluralismo sociale, sulla valorizzazione di quelli che la Costituzione definisce “corpi intermedi”, perché è da questa dimensione popolare che la politica può rinascere come tensione morale e uscire da quella autoreferenzialità oligarchica che uniformemente contraddistingue governi che dovrebbero essere espressione di opposti soggetti.
Noi di Pane Pace Lavoro ci consideriamo e ci proponiamo come un soggetto impegnato in una azione sociale, economica e politica che desidera il confronto con altre realtà che non siano compromesse e chiuse nell’uniformità del potere e invitiamo tutti a riflettere, a parlare, a condividere gli spazi che ancora dipende da noi voler utilizzare nel quotidiano dei nostri interessi e delle nostre responsabilità.

27 settembre 2014, Pane Pace Lavoro

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