Lettera da Milano (Hôtel des Palmes)

di Aldo Giobbio

A Milano i motivi per litigare non sono mai mancati. Oggi, però, ce n’è uno che sovrasta su tutti: la piantumazione di qualche palma in piazza del Duomo. I razzisti vi vedono ovviamente un ulteriore tentativo di africanizzare la capitale del Nord, in modo che gli immigrati vi si sentano più a loro agio. Altri ci vedono un’occasione per sostituire i taxi con i dromedari, anche perché i tassisti scioperano e i dromedari no. Invano il sindaco fa osservare che le palme, a Milano, c’erano già nel Settecento. In proposito un mio amico giardiniere, spinto da scrupolo professionale, ha fatto una piccola ricerca e ha scoperto che qualche palma, sì, c’era, ma erano piccolissime e stavano nei vasi. In realtà, quello che ha maggiormente colpito molti, me compreso, è stata la rivelazione che la palma, pianta robusta, può sopravvivere nel clima di Milano. È vero che ce ne sono moltissime sul Lago Maggiore, che non è poi tanto distante (certo più vicino dell’Africa), però lì c’è l’effetto termoregolatore di una notevole massa d’acqua. Mah, staremo a vedere. Vale però la pena di precisare che quello che ha messo in agitazione molti milanesi non è tanto la presenza in sé delle palme, ma la loro collocazione proprio in piazza del Duomo.

Milano è piena di piazze, nemmeno tanto periferiche, nelle quali le palme starebbero benissimo, Per esempio, non lontano da casa mia, c’è la piazza Tripoli, chiaramente ispirata, come tutta la toponomastica di quel quartiere (viale Misurata, via Zanzur, via Tagiura) alla guerra di Libia, di fausta memoria. È una piazza molto vasta, nella quale si potrebbero anche organizzare gare di dromedari, con grande divertimento dei bambini, e, nelle belle sere d’estate, la proiezione all’aperto di film come Lo squadrone bianco, Giarabub, Bengasi, che oltre tutto, per quanto film di guerra e di regime, sono molto meno retorici e mistificatori di quelli americani dello stesso genere. Nella cattiva stagione, le palme immerse nella nebbia (per quanto a Milano non ce ne sia più molta) potrebbero realizzare effetti suggestivi e, chissà, offrire qualche spunto poetico e pittorico.

In piazza del Duomo, invece, le palme sono un po’ fuori luogo. Oddio, non è che stonino più del monumento a Vittorio Emanuele II, che a Milano, dopo tutto, ci entrò al seguito dei francesi, e del resto tutta la piazza è piuttosto mal combinata sotto il profilo dell’unità stilistica. Il Duomo stesso è gotico per modo di dire. Inoltre Pietro Verri censurava non il fatto che il Duomo esibisse un gotico spurio ma proprio l’idea in sé che si fosse voluto costruire a Milano una cattedrale pseudo gotica quando il nostro stile autentico era quello lombardo. Invece non ho trovato nella sua Storia di Milano, che pure è del Settecento, passi relativi alle palme. Milano era già celebre per il gorgonzola ma non come esportatrice di datteri. Tornando a Vittorio Emanuele II e al suo eventuale diritto di stare dove sta più di quanto non ne abbiano le palme, si può ricordare che i milanesi dell’epoca (o gran virtù de’ cavalieri antiqui!) ritennero loro dovere, per spirito di equità, erigere anche a Napoleone III un monumento, che per un po’ stette davanti a Palazzo Reale (ossia non molto lontano da quello a Vittorio Emanuele) ma oggi si trova al Parco Sempione, in una posizione esteticamente migliore ma certamente meno centrale. Per inciso, Luigi Napoleone fu l’inventore del regime plebiscitario (una delle migliori caricature della democrazia), che oggi sta tornando di moda e che perciò meriterebbe una certa attenzione, almeno da parte dei politologi.

Un vecchio proverbio recita “chi pianta datteri non mangia datteri”. Sotto questo profilo, l’aver messo un po’ di palme sotto l’occhio dei milanesi potrebbe anche essere visto come un ammonimento a pensare in grande, lavorare per il futuro e non soltanto per il profitto a breve. La presenza delle palme potrebbe dunque essere anche una cosa positiva. Certo lo sarebbe di più delle polemiche contro la Germania, l’euro e l’Unione Europea, e anche dell’aspirazione a sostituire l’articolo 1 della Costituzione con il nuovo testo “L’Italia è una dittatura oligarchica fondata sui debiti”. D’accordo, non attribuiamo alle povere palme compiti superiori alle loro forze. Anche questo, però, in fondo è pensare positivo. (a.g.)

1 Comment on "Lettera da Milano (Hôtel des Palmes)"

  1. Elisabetta | marzo 7, 2017 at 2:32 pm |

    E’ sempre motivo di conforto leggere a.g e quanto si deve condividere quella lettura della costituzione. Ma soprattutto accolgo l’invito a pensare in grande.
    Grazie amici

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